“Un giorno sono stato licenziato anch’io”
Mi piace spesso il blog di Gilioli. Ma questo flash di impressione soggettiva è speciale, amaro, denso di verità esistenziale, quella che deriva dall’esperienza diretta, che ti cambia e ti fa acquisire un’antica saggezza, oggi ormai dimenticata, la phronesis. La prudenza, la saggezza pratica che ci fa conquistare tutt’a un tratto, comprensione circa gli autentici valori dell’esistenza, che mai potrebbe risultare da un calcolo strategico o da una valutazione argomentativa.
E troviamo ancora un altro merito, forse maggiore di questi tempi: la confessione che da un momento di difficoltà si può e si deve imparare più che dai momenti di successo. Perchè anche altri non debbano conoscere quella sconfitta, qulla perdita di dignità.
Forse è tempo che del tema lavoro, di quale sia il suo significato, se ne occupino altri che non siano economisti. Perchè il lavoro, ben più che un diritto astratto, è tutt’altro che qualcosa di economico.
Un giorno sono stato licenziato anch’io. Era il giorno in cui compivo quarant’anni.
Avevo passato i precedenti sedici lavorando come un pazzo tutto il giorno – e spesso anche la notte, spesso anche nei week end. All’improvviso mi ritrovavo in casa a guardare il soffitto. O ai giardinetti, a tentare di leggere un’inutile mazzetta dei quotidiani.
Per me – ero fortunato – non era tanto una questione di soldi: venivo da una posizione di privilegio, da un ottimo stipendio e da una buonuscita ancora migliore.
Era invece soprattutto una questione di testa, di senso, di autostima: e come ti guardano male, a Milano, se sei un uomo in età lavorativa che pascola al parchetto con il passo lento di chi non ha niente da fare.
Non è stato facilissimo, a quarant’anni, rimettersi a questuare collaborazioni e a sperare che fossero pagate. Si scopre quanto fa male un telefono che non squilla o una mail a cui nessuno risponde. Magari ci si mette pure a comprare quei giornali dove ci sono gli annunci di lavoro – e a frequentare gli agghiaccianti siti pieni di call center in cerca di schiavi.
Credo di aver conosciuto, anche se fortunatamente per poco tempo, l’umiliazione di chi ha perso. Di chi si sente fuori, escluso, finito.
Ecco: di tutto quello che mi è successo dieci anni fa, a parte qualche incubo notturno, mi è rimasta la convinzione d’acciaio che nessuno debba essere sbattuto per strada a far niente, ignorato dal mondo che intanto va avanti.
Se non ha fatto nulla di male, s’intende.
Forse è una convinzione utopistica, forse fa a pugni con il radioso destino del capitalismo impalpabile.
Ma se ci sei passato, sai cosa vuol dire.
E qualcosa ti resta, dentro, quando ti trovi a discutere di questo fottutissimo tema.http://gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it/2012/01/24/larticolo-18-molto-in-soggettiva/