dalla saggezza millenaria
indicazioni efficaci per la nostra vita quotidiana

In un mondo troppo complesso, disagio e smarrimento aumentano e toccano chiunque. Un passaggio di vita tormentato, un nodo esistenziale, le conseguenze di un dramma privato. Tanti scogli ormai comuni a molti, e sempre più difficili da affrontare. Il Counseling a orientamento umanistico-esistenziale può aiutarti a riacquistare chiarezza interiore e un percorso di vita praticabile. Con il sostegno di esperti counselor di lunga esperienza e ricerca nelle tradizioni della saggezza occidentale e orientale.

riscopri nuovi atteggiamenti e significati
per riprendere in mano la tua vita

beni comuni08 Dec 2011 02:03 pm

Il 10 dicembre è una giornata importante. E’ “la giornata del caffè sospeso”.  Un nuovo modo di riflettere su economia e solidarietà, in tempo di crisi, davanti ad un bel caffè. Si tratta di una manifestazione dal forte contenuto simbolico, organizzata dalla Rete del caffè Sospeso, un insieme di associazioni che invita i locali d’Italia a riprendere l’antica usanza napoletana di lasciare un caffè in omaggio per i meno fortunati.

Fino al Secolo scorso, infatti, a Napoli, chi era meno abbiente poteva trovare al bar un caffè in omaggio, pagato da un precedente avventore, che lo lasciava in ‘sospeso’ per persone meno fortunate che non potevano permetterselo.

Non si trattava di elemosina ma di un atto di solidarietà. Quella pratica era figlia di un’Italia diversa, dove l’economia non era un fine ma un mezzo, iscritta in una complessa rete di relazioni sociali, dove l’uomo, non il profitto, era al centro di tutto.

Il caffè sospeso era un esempio di quella “economia del dono”, studiata da antropologi e storici, per la quale le relazioni umane e la solidarietà erano il senso stesso dell’agire. Un’altra economia possibile e che ha lasciato traccia direttamente nel nome dell’istituzione che rappresento.

I Comuni, infatti, si chiamano così proprio perché erano i soggetti che gestivano i beni comuni, come la terra, l’acqua e l’economia.

Beni, fondamentali per la vita della collettività, sui quali tutta la comunità esercitava i così detti usi civici, come i diritti di godere tutti e indistintamente dei frutti della terra.

La grande battaglia per i beni comuni [...] ci permette di tornare alla vocazione principale del Comune, come istituto che, al fianco della collettività, deve poter, prima di tutto, garantire dignità e solidarietà ai cittadini, proteggendo quei beni che devono essere amministrati in modo partecipato per essere accessibili a tutti, anche alle generazioni future.

Da questo punto di vista, lo Stato, attraverso i diritti di cittadinanza, ha il compito di risarcire la collettività dalle iniquità prodotte dal mercato, al fine di garantire la libera fruizione di quei beni collettivi che non possono essere erogati in base all’utile, pena mettere a rischio la dignità dell’uomo.

Ognuno di noi, infatti, prima di essere consumatore, è un cittadino, titolare di diritti inalienabili che presuppongono il godimento di beni, che per la loro importanza, non possono essere delegati al mercato.

Il 10 dicembre, anche pagando un caffè per i meno fortunati presso i locali che avranno aderito all’iniziativa, potremo fare un gesto concreto a favore della solidarietà.

In poco più di un anno di vita, la Rete del Caffè Sospeso, infatti, ha creato significativi scambi e condivisioni fra i 7 festival che hanno inizialmente aderito al progetto. Ora, grazie all’istituzione della giornata del caffè sospeso, in concomitanza con la Giornata Internazionale dei Diritti Umani, abbiamo la possibilità di affermare come la protezione della nostra dignità dipenda anche dalla promozione di un nuovo modo di fare economia.

Basta poco. Anche un caffè.

dal blog di Luigi de Magistris

 

economia globale and spazio pubblico17 Nov 2011 03:51 am

De Magistris:

“Dobbiamo impedire una saldatura tra quelli che dirigono le banche e quelli che spaccano le loro vetrine. Vengono ovviamente da poli opposti ma si saldano di fatto e bloccano la crescita democratica. Per questo dobbiamo lavorare per costruire una lista civica nazionale o un movimento politico che unisca le personalità migliori in vista delle elezioni.”

stare dentro il vortice senza ubriacarsi, notevole lucidità di Gigi De Magistris;

saremo all’altezza di un tale livello di consapevolezza, o vent’anni di anarco-demagogico-onismo hanno corrotto anche le nostre qualità morali interiori?

economia globale and spazio pubblico17 Nov 2011 03:48 am

come spesso avviene, la satira è più penetrante e chiara delle analisi razionali : se abbiamo lasciato fare banchieri e speculatori per 20 anni, dicendo che erano “animal spirits”, forze vitali che andavano lasciate libere, come ci possiamo lamentare se adesso i banchieri mettono da parte la democrazia?!!

 

E la democrazia?

biopotere and media e politica25 Sep 2011 02:35 pm

[...]

Tutti i media  di questa e di quell’altra parte del mondo avrebbero mostrato l’immagine del cadavere crivellato di colpi dello sciita che voleva compiere una strage a Roma. E milioni, miliardi di cittadini di questa e di quell’altra parte del mondo avrebbero provato un brivido incontenibile di paura. E avrebbero rivolto un grato, riconoscente pensiero agli oscuri guardiani della sicurezza. E sarebbero stati pronti a sacrificare un altro brandello della loro fasulla libertà. E il teatro della paura avrebbe messo in scena la sua farsa  travestita da tragedia fra gli applausi scroscianti del mondo intero.
[...]
Grazie alla nuova forma della paura, il mondo chiudeva lo sciagurato circolo aperto due secoli prima dalla Rivoluzione Francese e si apprestava a riprendere la sua corsa sui binari di sempre.

G. De Cataldo, M. Rafele, La forma della paura, romanzo, Einaudi, 2009

generale06 Sep 2011 12:48 am

In quanto alla loro vita di giovani di domani, non posso dire ai miei ragazzi che l’unico modo di amare la legge è di obbedirla.
Posso solo dir loro che essi dovranno tenere in tale onore le leggi degli uomini da osservarle quando sono giuste (cioè quando sono la forza del debole). Quando invece vedranno che non sono giuste (cioè quando non sanzionano il sopruso del forte) essi dovranno battersi perché siano cambiate.

da “Lettera ai giudici” di Don Lorenzo Milani

frammenti and nuova scienza14 Jul 2011 10:26 am

Costruire la scienza

“La scienza si fa con i fatti come una casa si fa con i mattoni, ma l’accumulazione dei fatti non è scienza più di quanto un mucchio di mattoni non sia una casa.”
— Henri Poincaré

tessere di comunità27 Apr 2011 10:59 am

La nostra vita è scucita. L’Italia è scucita. Ricominciamo a cucirla coi nostri passi.”

ed ecco che quando ti ritiri nel disgusto narcisistico, incapace di dare attenzione seria a quello che avviene oggi nello spazio pubblico, quattro persone quattro, ti mostrano una via, semplicemente camminando.

Con le sole armi della creatività, una creatività intelligente che unisce all’insegna di un sapiente recupero delle nostre radici più profonde, poche persone senza altre risorse che se stesse, organizzano e praticano una possibile via dell’Italia che resiste, anzi non si limita a difendere una barricata, ma ricrea una nicchia vivibile, feconda, ripetibile in altri luoghi e da chiunque voglia sentirsi vivo.

Camminare sulle antiche vie italiche, utilizzando sentieri e punti di sosta millenari, che hanno concretamente collegato il nostro paese per lunghi secoli. Eppure nel gesto essenziale del camminare, i promotori si danno obiettivi ambiziosi:

Ci sono delle aspirazioni di cui non si parla più da tempo ma che sono la condizione stessa per poter vivere una vita che non sia indegna di essere vissuta.

Proviamo a nominarne alcune: la salute, la forza interiore, la capacità di sentimento e pensiero, il fervore, l’allegria, l’altruismo, il rifiuto dell’ingiustizia, la libertà, l’amicizia, l’amore.

solo il link al manifesto e ai dettagli di un’iniziativa anche ben organizzata sotto l’aspetto pratico

http://camminacammina.wordpress.com/2011/04/19/cammina-cammina/

lavoro postmoderno and memoria e presente28 Mar 2011 10:17 am

[E' ] …  tra i poli opposti dell’aspettativa opulenta e dell’esperienza dell’indigenza e dell’inadeguatezza, che si condensa il rancore. Il sentimento di una soddisfazione frustrata , incerta tra domanda di risarcimento e dichiarazione di fallimento [...] in cui la prima si potenzia e si fa tanto più impellente e aggressiva quanto più la seconda viene rimossa.

[...] [il rancore] non lascia altro spazio all’ingiustizia subita, che la rielaborazione in solitudine, in un’invettiva senza parole la quale, proprio perchè muta, richiede per alimentarsi sentimenti forti, elementari, caldi : odio, amore, terra, radici, fondamenti.

da M. Revelli, Poveri, noi, 2011

counseling and frammenti23 Oct 2010 03:38 pm

Un giorno un giovane va dal Budda e gli dice: “Sono convinto che l’uomo sia artefice del suo destino. Tutto dipende dalla sua volontà, dalla sua determinazione, dal suo impegno nell’ottenere ciò che veramente vuole”.

Budda risponde :” Hai ragione

Qualche giorno dopo un altro giovane si presenta e si rivolge al Budda:  “Sono fermamente convinto che l’uomo nonostante la sua volontà, la sua determinazione, il suo impegno non può sempre ottenere ciò che vuole. Spesso deve fare i conti con i capricci del destino, l’interferenza del caso, e degli altri.

Budda risponde :” Hai ragione

Un giovane monaco ha assistito a entrambi i colloqui e si rivolge al Budda: “Maestro non capisco. Prima hai dato ragione al giovane che diceva che l’uomo è artefice del proprio destino. Poi hai dato ragione al giovane secondo cui prevalgono i capricci del destino. Questa è una contraddizione”.

E Budda  :” Hai ragione”

Storia Zen

etica e giustizia31 Mar 2010 05:12 pm

La banalità del male in una cupamente ordinaria scuola media di Brescia (Padania, nord-Italia, Italia?)

di Roberta De Monticelli

Parlo a chi si è svegliato ieri mattina con la morte civile nel cuore. La disperazione civile, per essere più esatti. Sotto i nostri occhi il trionfo di uomini e donne il cui massimo ideale morale suona, urlato sulle piazze: “via le mani dalle nostre tasche”. Il cui primo concetto si esprime, in grevi lingue locali: “padroni a casa nostra”. Uomini e donne che plaudono alla libertà del malaffare, che trovano normale distribuire a figli e amanti cariche e risorse pubbliche, normale umiliare il mestiere dell’informazione fino a farne fabbrica di menzogne o di indifferenza alla distinzione fra il vero e il falso, normale sputare sui principi costitutivi di uno stato di diritto, laico e democratico.

Non di questo però voglio parlare, ma di un fatto – se è un fatto – che di tutto questo riassume e concentra in sé la pura essenza, anzi l’impura, mediocre essenza, mista di incoscienza e ignavia: le forze del nulla. Voglio parlare della ragazzina abusata in classe, in una scuola media di Salò, nell’assoluta omertà dei suoi compagni e delle sue amiche, e sotto lo sguardo indifferente del professore. Di questo professore voglio parlare, in primo luogo. Che continua a fare lezione, come se nulla fosse, fingendo di non accorgersi del trambusto, delle risate, del dolore, dell’orrore lì a pochi metri, in fondo alla classe. Come definire questo comportamento? Lasciamo stare il risvolto penale, l’omissione di soccorso e di esercizio della propria autorità di pubblico ufficiale e di insegnante.

Restiamo ai termini morali. Come definirlo? Irresponsabile? Vile? Infame? Gli aggettivi non bastano e non dicono. C’è di più e di meno, c’è quel nulla indicibile che rende inadeguato ogni aggettivo: non so, non vedo, non ci sono, non me ne frega niente. In secondo luogo, dei ragazzi e delle ragazze voglio parlare: che ridevano, o tacevano, e coprivano i violenti. Come definirli? Hanno a tal punto la mafia nel sangue, i ragazzi di questo Paese, a dodici anni? A tal punto l’omertà è nei loro geni, che perfino le amiche della ragazza stanno zitte invece di urlare contro lo schifo, la vergogna, l’orrore?

Anche qui gli aggettivi non dicono giusto. Perché non sono fatti per dire il nulla, il non: dell’indifferenza, dell’ignoranza, dell’inconsapevolezza senza fine e senza rimedio. E infine della ragazzina abusata, voglio parlare, che subisce tutto senza rivoltarsi, e poi scrive alla madre: “scusa, ho fatto una cosa schifosa, non voglio più vivere”. Come definire questo comportamento? Silenzio dell’innocente, oscena complicità con il male che si subisce, o tremenda indistinzione fra dolore e colpa, fra impotenza e violenza, fra l’ignobile e il giusto?

No, gli aggettivi non dicono il non che il fascismo rimasto attaccato alla nostra lingua dice invece così bene: me ne frego, ti frego e ne godo, sono fregato. E non ce ne frega niente.
Ma la situazione dice tutto, liscia come uno specchio. Quel professore, siamo noi. Molti di noi che avrebbero sapere e autorità per intervenire e denunciare, e continuano a fare la loro lezione, invece. Quei ragazzi, quelle ragazze, perdutamente inconsapevoli del destino di servitù che ha già divorato l’anima loro, siamo noi, noi che abusiamo della povera vita del nostro prossimo ghignando di soddisfazione, noi che alziamo le spalle per marcare la nostra indifferenza, e di fronte ad abusatori ed abusati diciamo: “sono tutti uguali”.

Quella ragazzina violata e sospesa dalla scuola insieme con i colpevoli siamo noi. E’ questa patria straniera, umiliata, sfigurata dalla vergogna. Che ha fatto una cosa schifosa, e non vuole più vivere.

tratto da Micromega

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